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Lo “stile” giapponese dello shibari

Durante la Master Class con Hourai Kasumi si è parlato molto con lei anche dello “stile giapponese”. Ho notato più volte come i maestri nipponici restino alquanto basiti davanti a domande su questo argomento, perchè per loro -dal punto di vista del tipico metodo di apprendimento- esistono solo due stili:

  1. quello del loro maestro
  2. il proprio

Essere un deshi (弟子 un allievo) di qualcuno non è un percorso semplice, in Giappone. Non basta volerlo essere e non basta aver seguito un corso. Il sensei difficilmente spiega qualcosa… bisogna capire il perchè delle cose andandolo a trovare da soli. Dopo molti tentativi, qualche vicolo cieco e molto, molto tempo.
In Europa (ma il discorso vale per tutto il mondo occidentale) l’apprendimento dello shibari è molto più rapido. Questo ha pregi e difetti. Si evitano più facilmente gli errori perchè viene spiegato il perchè delle cose e la curva di apprendimento diventa più agevole.
Ma questo percorso non è privo di difetti. Vogliamo imparare, ma a causa della nostra fretta di apprendere, sappiamo riprodurre ma non capiamo fino in fondo il senso di quello che facciamo. E’ ironico pensare come in passato il Giappone fosse additato come uno dei paesi che sapevano solo copiare, ma non creare o inventare.

Per fare un’ulteriore analogia è quello che succede quando si viaggia oggigiorno rispetto a quello che succedeva, che ne so, un secolo fa, quando il viaggio non era solo “attraverso” una città, ma “dentro” di esso. Oggi, quando si va da qualche parte si tende a fare fotografie di qualunque cosa, demandando ad esse il compito di “ricordare”. In passato, chi visitava le città d’arte, ad esempio, portava con sè un quaderno di appunti di viaggio, note, schizzi e passava giornate intere a copiare gli edifici, le statue e le opere sparse in giro per una città come Roma è ben diverso dal comprare cartoline o fare delle foto a raffica.
Ma copiare un opera non ci rende artisti a nostra volta e soprattutto, non ci rende nè allievi dell’autore di quell’opera, nè capaci di tramandarne lo stile.
Nell’insegnamento tradizionale sensei-deshi è il primo che decide quando l’altro è “pronto”, quando si è posto sufficienti domande e ha trovato, più o meno autonomamente, le giuste risposte per poter tramandare una specifica “arte”, intesa proprio come bagaglio di conoscenze. Ci vogliono meno fotografi e più apprendisti di bottega.

Nel bondage ci si rifà continuamente ai maestri giapponesi (ce ne sono anche altrove, ma in questo articolo faremo riferimento a quelli nipponici) ma lo si fa, spesso, da lontano… copiandone le opere (magari viste solo in foto) o avendo con loro qualche breve incontro. E tanto basta al nostro modo di pensare (e talvolta al nostro ego) per poterci professare esperti di questo o quello stile. Ho visto più volte rigger europei insegnare lo stile di questo o di quel maestro senza averlo nemmeno mai incontrato, continuando  ad essere ossessionati dal cercare quale sia lo “stile giapponese” più “vero“, più “originale“, più “tradizionale“, ma non ci rendiamo conto che di queste classificazioni ai giapponesi importa ben poco.
Negli ultimi anni c’è stata una spinta alla omogeneizzazione delle immagini… stesse pose ripetute fino alla nausea, stessa illuminazione… quasi una gara manieristica a chi “copia meglio” questa o quella legatura. E’ un approccio decisamente “occidentale”, che presuppone l’esistenza di un archetipo di platonica fattura a cui ci si deve avvicinare e più ci si avvicina più si raggiunge il bello e la perfezione. La copia della copia viene presentata come originale.
Per carità.. tutti impariamo copiando.. è nel nostro DNA e fino ad un certo punto giusto così. Ma a volte si rimane inviluppati in uno stile che non è “nostro”, ma che ripropone quello di qualcun altro. Il mondo dell’arte è pieno di questi esempi… pittori che non hanno saputo contribuire con qualcosa di personale e hanno “fatto proprio” lo stile altrui, riproponendolo e magari anche affinandolo, ma alla fine rimanendone schiacciati. Manieristi. Persone che legano la tecnica allo stile presentandoli come inscindibili, semplicemente perchè loro non sapevano fare altrimenti. Come se si potesse usare un pennello solo per fare un quadro astratto. Prigionieri dei loro stessi modelli.

In realtà, ripensandoci, nessuno dei maestri giapponesi con cui ho avuto modo di fare lezione  ha mai parlato di uno “stile” da seguire, nè di un unico stile “giapponese” o di uno stile “migliore” di altri. Hanno impiegato tempo ed energie a spiegare tecniche e nozioni, ma hanno sempre demandato le chiacchierate su stile, wabi sabi ed altro a momenti più informali. Perchè tecnica e stile sono due cose diverse. Essendo architetto capisco perfettamente questo discorso. Saper costruire un muro è una cosa separata dal progettare un grattacielo o una villa sull’oceano.
Ho visto molti maestri giapponesi adottare tecniche e nodi “occidentali” (esempio sia Otonawa che Kasumi utilizzano spesso un “fast bowline” per effettuare la legatura dei polsi di un takatekote), semplicemente perchè li reputavano più idonei per il loro modo di legare. Dopotutto i giapponesi oggigiorno non vanno in giro vestiti con il kimono o il samue perchè si sono resi conto che sono meno pratici di pantaloni, camicie e cappotti. Anche per loro l’uso del kimono o di altri abiti o calzature “tradizionali” è riservato ad occasioni particolari e per lo più formali e legate a momenti religiosi, dimostrando una minore “ossessione” per una costante ricerca dell’essere “tradizionali”.

E poi, che senso ha vestire un kimono in un ambiente “occidentale”? Perchè non si percepisce quanto sia stridente come accostamento? E’ come indossare un abito tradizionale bavarese facendo foto in un contesto tropicale. Badate bene, il problema non è usare un kimono come costume di scena, ma il pensare che l’indossarlo renda più “autentico” il proprio stile di legare. Tant’è che moltissimi maestri giapponesi legano tranquillamente in abiti occidentali o addirittura indossando jeans, cinturone e cappello western come fa spesso Nawashi Monko. E quindi in occidente ecco il via alle foto “tradizionali” di shibari con fondo completamente nero, per “imitare” le foto con lo sfondo scuro fatte in Giappone. Solo che quelle giapponesi comunque mostrano il resto della stanza non illuminato come il soggetto principale, ma pur sempre riconoscibile come una stanza di una casa tradizionale giapponese (ancora una volta non tutte le case giapponesi sono così come ci si immagina e momlte vengono scelte proprio come “set” fotografici!!). Ma per noi, basta che la modella (o il rigger) abbia un kimono o yukata (spesso legati anche male) perchè l’immagine venga spacciata come un esempio di “shibari tradizionale”, senza considerare nessun altro elemento e senza considerare che per ogni foto con fondo scuro fatta da un maestro giapponese, ce ne sono altre 10 fatte in piena luce dallo stesso maestro e con soggetti senza kimono. Ma è più facile far leva sull’ignoranza e sulla suggestione che basti un abito per renderci qualcosa di meglio. In fondo, anche da bambini, bastava una tovaglia annodata intorno al collo per farci sentire dei supereroi.

Anche Kasumi, sia durante le lezioni tenute alla Rome BDSM Conference che durante la sua Master Class, ha più volte spronato a non “copiare”, ma a cercare un proprio stile.. un proprio modo di vedere lo shibari, perchè non vi è un solo modo. Probabilmente la sua educazione e diplomazia giapponese le hanno impedito di dirci anche cose del tipo “scordatevi di poter imparare il mio stile, che mi è costato 16 anni di apprendimento costante, in 5 giorni”. La verità fa male, ma a volte è necessaria.
Nella cultura giapponese infatti pare non sia molto elegante (per usare un eufemismo) “appropriarsi” dello stile di qualcuno.
Solo un “deshi” ha tale diritto.
Un deshi, però, è legato da un vincolo molto forte che gli impone non solo di avere una cieca fiducia nel suo sensei, (metti la cera, togli la cera) ma anche di non poter variare quello stile fino a quando non avrà anch’egli raggiunto il livello di maestro (cosa che viene decisa ad insindacabile giudizio del sensei stesso e non quando il deshi decide che non ne ha più di obbedire al maestro). E, comunque, il deshi non insegna fino a quando non è diventato un maestro. Certo, può affiancare il suo sensei, ma sempre e soltanto all’interno della sua scuola e per insegnare agli allievi più giovani, svolgendo il ruolo di senpai (先輩 allievo anziano). Ma pensare che un deshi possa prendere e andare ad insegnare altrove lo stile del maestro è una cosa che non ha senso ed è altamente disdicevole. Almeno in Giappone.

Ne ho avuto la riprova in questi ultimi tempi, leggendo la biografia di Ren Yagami (che sarà a Roma il 3-6 aprile per una master class ) e di come, per una serie di vicissitudini dopo essersene allontanato dal suo maestro Nawashi Kanna, di cui era l’unico deshi, ha dovuto piegarsi al divieto del maestro di insegnare formalmente il suo stile.
C’è un che di romantica bellezza ed eleganza in tutto questo.
Che stride profondamente con tanti comportamenti arroganti e presuntuosi di chi pensa di aver capito uno stile solo perchè ne riproduce alcune forme.

Quindi esiste davvero uno “stile” giapponese? O piuttosto esistono tanti stili quanti sono i maestri? O tanti quanti sono gli allievi?
Kasumi su questo argomento è stata alquanto evasiva… ma di sicuro concorda sul fatto che non è il riprodurre le forme che crea un maestro, nè tantomento uno stile.

Cibo per la mente…

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