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Dalla brutalità all’arte

Quanto visto riguardo il sistema di arresti, interrogatori e punizioni è entrato a far parte della letteratura, delle arti grafiche e della drammaturgia giapponese, creando un insieme di miti, personaggi, luoghi e scenari un po’ come l’immaginario del Far West o dei cavalieri medioevali ha fatto nel mondo occidentale. Se è relativamente facile collegare storia e letteratura, leggenda e arte, molto più difficile ricostruire il processo di erotizzazione in quegli stessi riferimenti.

Il sadomasochismo erotico è sempre esistito nella storia dell’umanità, ma perché questo diventi un’attività estetica necessità di almeno quattro fattori:

  • tempo libero
  • un ambiente relativamente sicuro
  • un contesto motivante e ricco di immaginazione
  • un pubblico interessato, non importa se numeroso o meno

Nel periodo Edo queste condizioni si verificarono tra la fine del XVIII e all’inizio del XIX secolo e permisero ai concetti stuzzicanti (almeno per alcuni) della vergogna e delle punizioni di mescolarsi con il sempre presente interesse per gli shunga (le stampe erotiche giapponesi) e per il teatro (quello kabuki e quello nuovo), producendo così le prime immagini pubbliche con un contenuto più o meno apertamente sadomasochista.

Il teatro kabuki e il “nuovo” teatro

Il teatro kabuki vide la luce a Kyoto nel 1603, durante il periodo Edo. All’inizio sia i ruoli maschili che quelli femminili erano ricoperti da donne, che costituivano un’ulteriore attrazione per questo tipo di spettacoli in quanto spesso, dopo la rappresentazione, erano disponibili come prostitute. La stessa parola kabuki ha dei riferimenti erotici: inizialmente il termine kabuki definiva qualcosa “fuori dall’ordinario” (facendo riferimento all’aspetto e al vestiario), ma successivamente i kanji (gli ideogrammi derivati dall’alfabeto cinese) scelti per comporre la parola furono KA “canzone”, BU “danza” e KI “prostituta”. Quest’ultimo sostituito poi in epoca Meiji dal carattere foneticamente equivalente che significava “abilità”. Come conseguenza di questi attacchi alla pubblica moralità le donne furono bandite e sostituite da giovani attori, con il risultato che anche questi cominciarono ad esercitare la prostituzione una volta finiti gli spettacoli. Fu così che ancora una volta lo shogunato intervenne obbligando le compagnie teatrali ad essere composte solo di maschi adulti. Quelli specializzati nei ruoli femminili furono chiamati onnagata.

Questa forma finale del teatro kabuki si sviluppò in contrapposizione al teatro Noh e divenne, insieme al bunraku (il teatro delle marionette) una delle principali forme di intrattenimento durante il periodo Edo. Il teatro kabuki utilizzava un metodo narrativo più vivace e si rifaceva a quello che abbiamo visto essere stato un immaginario di storie, miti e leggende melodrammatiche che erano l’ambientazione perfetta per scene di arresti, imprigionamenti e punizioni. Da queste scene derivò il concetto di “estetica della crudeltà” (zanzoku no bi), ovvero una versione purificata e stilizzata che enfatizzata la componente estetica. Era il primo impulso teatrale alla estetizzazione del sadomasochismo.

Ci sono numerose scene anche in opere famose del teatro kabuki dove ci sono giovani donne legate e tenute prigioniere, come quella della Principessa Chujo (una sorta di versione giapponese di Cenerentola) legata e lasciata all’aperto durante una nevicata. Una storia ripetuta più volte e in più versioni durante la storia del teatro kabuki.

Simili allo zanzoku no bi, vi erano le scene di semeba o, come sono più conosciute, di seme-e (un termine della metà del XX secolo che significa scene o situazioni di tortura, persecuzione o dominazione realistica), che divennero anch’esse dei momenti molto attesi durante gli spettacoli, in quanto erano punti drammatici della storia narrata, come l’arresto dell’eroe samurai o della vergine virtuosa.

Questa tendenza continuò durante il periodo iniziale dell’Era Meiji con il “nuovo teatro”, in cui soggetti contemporanei venivano sviluppati nelle trame modellate sugli standard del teatro occidentale. Fu durante questo periodo, precisamente nel 1896, che un ragazzo di 14 anni di nome Ito Hajime entrò nel teatro Haruki di Tokio e vide uno di questi melodrammi, “Nisshin Sensou Youchi no Katakitan” in cui delle infermiere militari (ruolo appena creato in quegli anni e quindi di grande interesse per il pubblico) venivano catturate e torturate per ottenere informazioni, con scene in cui gli attori (ricordiamo che anche le parti femminili erano comunque interpretate da attori di sesso maschile) venivano legati e torturati, con i loro capelli che diventavano sempre più scomposti. Questo determinò in lui un interesse durato una vita per il seme (l’atto della dominazione) e il seme-e (l’arte che rappresenta una scena di dominazione o punizione) che avrebbe cambiato il corso dell’arte erotica in Giappone. Hajime diventò Ito Seiu (1882-1961), uno degli artisti giapponesi più famosi e riconosciuto come il padre dello shibari/kinbaku moderno.

Un ulteriore effetto che le rappresentazioni teatrali ebbero sull’estetica e sulla tecnica delle legature, fu di spostare il posizionamento dei nodi e degli incroci decorativi dalla parte posteriore, tipica dell’hojojutsu, alla parte anteriore per favorirne la visione per il pubblico, aiutando gli attori onnagata ad accentura le forme femminili e ad aumentare l’erotismo della scena. Inoltre, poiché le legature dovevano essere visibili fin dalle ultime file del teatro, si usavano corde di grosso diametro e molto colorate. A parte il diametro, che si rivelò presto poco pratico, il posizionamento degli intrecci sul davanti e l’enfatizzazione delle forme femminili divennero presto dei capisaldi dello shibari/kinbaku moderno.

Con il XX secolo, le performance teatrali che includevano scene di seme-e diedero vita a quelle che facevano di questo elemento la caratteristica principale, creando i prodromi per gli spettacoli S/m che videro la luce negli anni ’60 con il leggendario Osada Eikichi (1925-2001), portando a compimento quel processo di estetizzazione ed erotizzazione delle legature e della dominazione.

Le arti grafiche

Parallelamente a quanto avveniva con il teatro, anche le arti grafiche contribuirono a mantenere vivo l’immaginario tipico dell’epoca Edo.

Ukiyo-e, o “immagine del mondo fluttuante” è un genere di stampa artistica su blocchi di legno, di larga diffusione e destinato alle emergenti classi mercantili. Tra i numerosi soggetti tipici realizzati dagli artisti più famosi vi erano anche le raffigurazioni degli attori. Va ricordato che a quel tempo gli attori kabuki erano famosi ed ammirati al pari degli odierni divi di Hollywood e che spesso nelle opere ukiyo-e venivano rappresentate scene delle opere in scena in quel momento. Addirittura, a volte, gli stessi manifesti che annunciavano una rappresentazione contenevano scene seme-e, alcune ritenute così crudeli da obbligare i teatri a rimuoverli.

Un artista, fra tutti, si dedicò con particolare interesse e bravura alla rappresentazione di scene seme-e che contenevano talvolta anche scene di legature. Il suo nome era Yoshitoshi Tsukioka (1839-1892).

Un secondo tipo di ukiyo-e, chiamato shunga, aveva contenuti erotici ancora più espliciti. Il termine shunga significa “immagini della primavera” dove primavera era un eufemismo per indicare l’attività sessuale. Poiché nel periodo Edo il sesso era considerato una normale attività, non associata a particolari preferenze, di shunga tentavano di rappresentare tutte le variazioni possibili dall’amore eterosessuale a quello omosessuale fino ad abbracciare una grande varietà di feticismi. Era un genere così popolare che la quasi totalità degli artisti di ukiyo-e vi si dedicarono durante la loro carriera, senza che questo portasse al delle ripercussioni sul loro prestigio.

Con l’avvento del periodo Meiji, le stampe ukiyo-e furono progressivamente soppiantate dalle fotografie. Anche il genere shunga vide progressivamente la sua fine, ma la sua influenza si ritrova ancora nei fumetti e nei cartoni animati giapponesi per adulti.


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